La sottovalutazione dei rischi personali che nel rimpatrio in Kazakistan avrebbero potuto correre Alma Shalabaleya, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, e la figlia di 6 anni, potrebbe esser costata la conferma delle condanne di primo grado per cinque, tra dirigenti e funzionari della polizia di Stato in organico alla questura di Roma, imputati al processo di appello-bis di Firenze di cui è stata data sentenza.
Le motivazioni sono attese fra 90 giorni.
Intanto, sull'accusa di sequestro di persona legato a irregolarità nelle procedure di espulsione, la corte fiorentina ha mantenuto quanto già deciso dal tribunale di Perugia il 14 ottobre 2020. E ha, invece, ribaltato di fatto l'orientamento dei giudici della corte di appello umbra che il 9 giugno 2022 assolsero tutti. Restano, dunque, in attesa di una nuova Cassazione, la pena di 4 anni per gli ex capi della squadra mobile e dell'ufficio immigrazione della Capitale, Renato Cortese e Maurizio Improta e per i funzionari della mobile Luca Armeni e Francesco Stampacchia, e il funzionario all'ufficio immigrazione Vincenzo Tramma. "Decisione molto difficile da prendere, ma decisione giusta. E' stata presa una decisione incredibile, è difficile" per i giudici "stare contro altri funzionari" dello Stato italiano - ha detto Alma Shalabaleya, che era in aula - Grazie a tutte le persone che hanno avuto fiducia in me". Madre e figlia furono espulse dall'Italia nel 2013, salvo poi rientrare, in un percorso molto complicato che poi ebbe sfogo giudiziario culminato oggi nel secondo appello. I suoi avvocati Rosa Conti e Diana Iraci Borgia, parte civile, avevano chiesto condanne e risarcimento danni sottolineando che i poliziotti italiani violarono la loro libertà personale. Rispetto al primo grado, l'appello-bis riforma in modo parziale l'interdizione dai pubblici uffici, che da perpetua passa fino a 5 anni.








