Alpa, non è un dettaglio. È lui che fa decollare Conte nel circuito universitario e in quello ben più redditizio della professione legale, soprattutto nel circolo quasi inaccessibile degli arbitrati milionari. Prima ancora, però, c’è un passaggio che il libro sfiora appena: l’entrée di Conte sulla scena politica, favorita dal grillino di primo pelo Alfonso Bonafede, mentre orbitava contestualmente nell’area della affascinante Maria Elena Boschi, nel tentativo di agganciare Matteo Renzi. Un dettaglio di quelli che spiegano più di molte pagine. Oltre ad Alpa, a "svezzarlo" fu l’ambiente ovattato di Villa Nazareth e il cardinale Achille Silvestrini, che accompagnava nelle trasferte oltreoceano. Poi Beppe Grillo, ridotto a reliquia. E Luigi Di Maio, prima utilizzato e poi archiviato. Giggino che lo porta a Palazzo Chigi diventa, nel racconto, quasi un ostacolo. Altre omissioni non sono affatto casuali. La vicenda dell’albergo del suocero, in piena pandemia: sparita, non citata, mai esistita. Poi c’è il potere. Quello vero. Approdato a Palazzo Chigi, Conte non lo distribuisce: lo concentra. Tiene per sé la delega ai servizi, nomina al Dis un amico di famiglia, Gennaro Vecchione, ribaltando ogni gerarchia e costruendo così un asse fiduciario che gli spalanca le porte in un mondo, quello dell’intelligence, dove ti fanno credere che tutto vedi e soprattutto tutto senti.