Il 27 aprile Matt Rife sbarca a Roma con il suo Stay Golden World Tour all’Auditorium Santa Cecilia. Prima data polverizzata, replica serale aggiunta al volo e già quasi al completo. Vietata ai minori di diciotto anni, niente traduzioni (che invece ci sono nelle clip virali che si trovano su Youtube). Basterebbe questo a far saltare i nervi ai sacerdoti della comicità educata: mentre c’è chi passa le giornate a spiegare cosa si può dire e cosa no, le persone fanno la fila per uno stand-up comedian trentenne che colpisce duro e sbeffeggia tutti. Un esempio?

Lo spettacolo Natural Selection su Netflix si apre parlando di violenza domestica: Matt dice di essere stato un diner in cui c’era una cameriera con un occhio nero. Il suo amico dice, «forse non dovrebbe servire ai tavoli, forse dovrebbe stare in cucina».

E Matt replica, «beh, se sapesse cucinare non avrebbe un occhio nero». E chiosa, «se apro parlando di questo, il resto dello spettacolo sarà in discesa». Matt Rife è la nemesi ideale di questo frangente storico isterico. Il suo marchio di fabbrica è il crowd work, trasformando il pubblico in un bersaglio. Fine del monologo imbalsamato, stop alla battutina approvata dal comitato etico: la platea entra in scena e si prende il rischio di essere guardata, inchiodata e ridicolizzata.