Chi si aspettava la svolta del dopo-Orban, rimarrà deluso. Peter Magyar, dopo il trionfo alle urne di Tisza, ha appena varcato la soglia del palazzo del Parlamento ungherese, l’Orszaghaz, che subito arriva la notizia della prima nomina del nuovo governo: per il ministero dell’Istruzione, il premier in pectore ha chiesto la disponibilità a Rita Rubovszky, attualmente direttrice delle scuole cistercensi, che per dodici anni è stata vicepresidente dell’Associazione Europea degli Insegnanti Cattolici.

Pare di capire che l’ideologia gender debba attendere un’altra tornata elettorale per tornare nei programmi didattici. E che il predominio statale sul sistema educativo non abbia possibilità di riprendere quota.

L’incarico non è ancora stato formalizzato, perché l’avvicendamento al vertice delle istituzioni deve sottostare a un rituale dettato dalla Costituzione. Magyar scalpita e chiede che l’elezione del primo ministro da parte dell'Assemblea nazionale a Budapest e il suo giuramento si svolgano il giorno stesso della seduta istitutiva del Parlamento, che tuttavia non potrà tenersi prima del 7 maggio. «Si è già tenuta la prima consultazione sulla sessione inaugurale dell’Assemblea nazionale e sulla composizione delle commissioni», ha annunciato Magyar, che ha aggiunto di voler dare maggiore spazio ai partiti di opposizione. Nella precedente legislatura i vicepresidenti erano sei, quattro di Fidesz e due di opposizione. Magyar ha proposto che l’opposizione abbia tre vicepresidenti: uno di Fidesz, uno del Kdnp (cristiano-democratici) e uno di Mi Hazank (estrema destra). Comunisti, socialisti o progressisti, del resto, non ce ne sono, né fra i banchi della maggioranza né fra i seggi della minoranza. Li hanno subiti per un quarantennio abbondante, del resto, e ora gli ungheresi ne fanno volentieri a meno. Magari guardano all’Europa con un grado minore di ostilità. E con cautela.