Silvia Salis si presenta bene, da vedere. Alta, bella, bionda, fisicata da martellista olimpionica, snella senza sconfinare nella magrezza e poi quella messa in piega vaporosa: insomma, è sempre perfetta. E poi elegante; non sbaglia mai un “outfit”, come si usa dire adesso, all’inglese, come se la moda non l’avessero inventata i francesi e migliorata gli italiani. Se proprio dobbiamo dirla tutta, pensiamo che il marito, il regista Fausto Brizzi, dovrebbe insegnarle a cambiare espressione, almeno ogni tanto, che ci pare un po’ fissa di sguardo, sia detto senza offesa, però certe foto restituiscono un’immagine un po’ alla Madame Tussaud, ma lì si può migliorare. Anche perché la signora è brillante, su questo non ci piove, quindi siamo certi che sia solo poco abituata all’obiettivo fotografico e alle cineprese, anche se fa un po’ strano per una donna in politica, per di più coniugata con cineasta. Ma lei è nuova del mestiere e qui casca l’asino.
Non v’è dubbio infatti che Elly Schlein, con quei capelli sempre un po’ alla scappata di casa e le mise poco azzeccate – il suo celebre armocromista dev’essere uno che ha sbagliato mestiere -non regga il paragone estetico con il bel sindaco di Genova. Perché in effetti poche di noi reggerebbero, ammettiamolo. Epperò la cosa finisce qui. Perché Schlein, con le sue uscite che a uno di destra suonano alquanto sgangherate, ha invece presa sui suoi: dice cose che sono recepite come giuste e buone da quelli di sinistra dura e pura. Si sente che è veramente di gauche, anche se magari un po’ tanto caviar, e che la politica la mastica da quand’era ragazzina. Avranno anche gioco facile a chiamarla “gruppettara anni Settanta”, ma da quelli parti la nostalgia per i begli anni andati delle manifestazioni oceaniche è ancora viva.









