Ci sono ancora decine di domande a cui rispondere, ma Wall Street e le Borse mondiali vedono con ottimismo le promesse di una pace duratura in Medio Oriente: lo stretto è «completamente aperto», dicono gli iraniani, il blocco rimane attivo, sostiene Trump. Intanto non è ancora chiaro se Teheran continuerà a imporre un prezzo per il passaggio o se la guerra, come ha ripetuto ieri il presidente americano, finirà questo weekend, con i negoziati previsti lunedì a Islamabad. Wall Street ieri ha guardato più ai sentimenti che alle certezze e l’ottimismo per la fine delle guerre in Iran e in Libano ha dato forza agli indici: il Dow Jones ha guadagnato 1.000 punti, quasi il 2,5%, il Nasdaq è arrivato poco sotto il 2%, mentre l’S&P 500 l’1,20%. Quest'ultimo indice, che monitora le performance di 500 delle principali società quotate negli Stati Uniti, ha chiuso su livelli record per il terzo giorno di fila, superando i 7.100 punti: continuando così si prepara a chiudere il migliore mese dal 2020.
Al contrario i future sul petrolio hanno perso quasi il 10%, con un ribasso dei prezzi di circa 8 dollari al barile. Il Brent è sceso a 90 dollari, il Wti a 84, il gas sul Ttf a 39 dollari. Anche gli spread si sono ristretti. Quello tra Btp e bund ha chiuso a 72 punti. Stessa cosa per il dollaro che è tornato a indebolirsi. E questa sensazione di rilassamento non fa bene solo ai trader ma anche ai consumatori, visto che se la pace diventerà reale, i prezzi della benzina e quelli degli alimenti inizieranno a scendere. Quando? Ci vuole tempo, dicono quasi tutti gli analisti, visto che il petrolio deve essere raffinato, trasportato, trasformato in benzina: se tutto continuerà in questo modo ci vorranno mesi. Stessa cosa per il carburante degli aerei: nei giorni scorsi l’International Energy Agency ha stimato che l’Europa aveva riserve per sei settimane di carburante. I prezzi dei voli erano saliti, visto che l’aumento di un centesimo del carburante porta a una spesa di 50 milioni di dollari all’anno per compagnia aerea. Ovviamente ci sono molti analisti che chiedono di mantenere la calma: i volumi che stiamo vedendo sono legati al fatto che i trader sono dovuti entrare in questo rally per non perdere le posizioni una volta che l’S&P 500 è salito sopra i 7.000 punti. E ancora parte dell’ottimismo è arrivato dalla stagione delle trimestrali che è iniziata in modo positivo, nonostante l’instabilità globale. E allo stesso tempo chi si occupa di petrolio è molto meno ottimista. Giovedì in una nota l’economista Ed Yardeni ha scritto: «I trader sui future del petrolio non sembrano così ottimisti come gli investitori azionari su quando finirà il caos della guerra». Anche in Europa le borse credono a una pace che possa stabilizzare il mercato dell’energia. Sulle Borse europee le azioni delle compagnie aeree sono salite con punte del 6%, mentre in Asia, dove la dipendenza dal petrolio che passa dallo Stretto di Hormuz è molto più alta, i trader hanno creduto meno alla possibilità di arrivare a un accordo. Sempre ieri dagli Spring Meetings che si chiudono oggi a Washington, il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale hanno mandato diversi messaggi alle economie mondiali: giovedì aveva ripreso gli Stati Uniti, definendo il debito da 39.000 miliardi di dollari «il sintomo visibile di un problema globale». Ieri invece ha parlato all’Europa sostenendo che l’Unione si trovi a un bivio: «L’Ue potrebbe avvicinarsi alla recessione, con un'inflazione che sfiora il 5%. Nessun Paese europeo ne è immune», ha scritto sul blog dell’FMI Alfred Kammer, direttore del Dipartimento europeo del Fondo. E sul debito è stato chiaro: «La politica fiscale deve fare la sua parte, ma deve operare entro i limiti dello spazio di manovra fiscale disponibile. I paesi con un elevato debito pubblico e senza margini di manovra fiscale non possono permettersi di ampliare i deficit», ha continuato Kammer.











