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18 APRILE 2026

Ultimo aggiornamento: 6:41

Chi legge in modo superficiale i numeri sui crediti deteriorati delle banche (piccole) meno significative italiane, le cosiddette Lsi, arriva alla conclusione più sbrigativa e più pigra, cioè che le banche piccole facciano più Npl perché sanno gestire peggio il rischio, ma il paper della Banca d’Italia del marzo 2026 racconta una storia assai meno banale, costruita su una base dati di circa 2,6 milioni di osservazioni relative al periodo 2021-2024, e mostra che il maggior tasso di deterioramento non può essere letto seriamente senza guardare prima al tipo di imprese finanziate, alla loro struttura economico-finanziaria e alla composizione effettiva dei portafogli creditizi.

Il primo dato, quello che tutti conoscono e che molti usano come clava polemica, è che nel campione analizzato il tasso medio di deterioramento è pari all’1,68% per le Lsi contro l’1,23% per le SI (banche grandi e Significative), mentre lo spread medio applicato è pari a 2,22 punti percentuali contro 2,03, ma il punto vero è che le Lsi tendono a servire imprese più piccole, più rischiose, meno liquide e con maggiore leva finanziaria, cioè esattamente il segmento più difficile del mercato del credito, quello che nei convegni tutti dichiarano di voler sostenere e poi nei comitati fidi molti preferiscono guardare da lontano.