BELLUNO - Il corpo di Mukhtar Dowh, il 34enne sudanese morto nella mattina di domenica 12 aprile in via Sant’Antonio, sbattendo violentemente il volto su un muro mentre dal lavoro tornava a casa in bicicletta, è stato sepolto a Rovereto. Dopo la cerimonia funebre svoltasi a Belluno, accompagnata da Elisa Di Benedetto, fondatrice della scuola Penny Wirtor di Limana frequentata dal giovane, da alcuni amici del giovane e da una famiglia legata da parentela al giovane e proveniente da Torino, la sua salma è stata tumulata nella parte che nel cimitero trentino è riservata agli estinti di fede musulmana. Troppo alti i costi per il rimpatrio del corpo per una famiglia cui Mukhtar spediva quanto riusciva a mettere da parte. Impossibile da sostenere anche la spesa – circa 4mila euro – della cerimonia di commiato organizzata giovedì mattina alle 9.30 nella casa funeraria Gelisio, in città. Un onere che verrà senz’altro sostenuto dalle persone che in questi anni della permanenza in provincia di Belluno avevano conosciuto e voluto bene allo sfortunato scaffalista che lavorava al Mega.

Perde il controllo della bici e si schianta contro il muro: 34enne muore tornando a casa dopo il lavoro

Fra quanti si adopereranno per sostenere le spese, ci saranno sicuramente anche gli insegnanti volontari che in questi mesi lo avevano incontrato e conosciuto come una persona buona, seria e disponibile. «Ultimamente però non riusciva a seguire le lezioni – riferisce una delle docenti – proprio perché il lavoro notturno lo stancava troppo». E l’orario delle lezioni, fissate nel tardo pomeriggio nel momento in cui per la stragrande maggioranza gli impegni lavorativi terminano, mal si conciliavano con i turni in cui era impegnato. E Mukhtar, sprovvisto di mezzi a motore, per raggiungere il Mega di via Vittorio Veneto utilizzava la bicicletta. Giovedì mattina erano tante le persone che si erano date appuntamento alla casa funeraria per l’ultimo saluto al lavoratore sudanese. Una quarantina di suoi amici extracomunitari si sono stretti attorno alla bara e per circa dieci minuti hanno ottemperato al rituale islamico, costituito, in questo caso, da una serie di preghiere recitate in arabo. Arrivata da Torino, era presente anche una famiglia – padre, madre e figlia – di parenti di Mukhtar. E quando, conclusasi la prima parte del rito, la bara è stata riaperta, la prima ad avvicinarvisi è stata proprio la donna. Ma poi hanno fatto altrettanto anche tanti amici e amiche italiane. Alla casa funeraria Gelisio, giovedì mattina era presente anche una rappresentanza del Ceis, fra cui don Gigetto De Bortoli. Più o meno dalla metà del mese di gennaio era infatti proprio il Ceis ad ospitare Mukhtar Dowh nella cohousing di Limana. Chi si è occupato di cercare un luogo per la sepoltura, aveva sondato anche i cimiteri di Treviso e Padova, ma in nessuno dei due, nelle rispettive aree riservate ai morti di fede islamica, vi erano più spazi per accogliere una nuova tumulazione. Per questo è stato necessario cercare altrove e dirottare infine la sepoltura in provincia di Trento.