BELLUNO - Si faceva chiamare con il suo cognome Mukhtar. Era un uomo di 34 anni compiuti il 15 gennaio ma sembrava molto più giovane. Era fuggito dalla guerra in Sudan nell'Africa nord-orientale tra gli altri Paesi confinante anche con l'Egitto e la Libia. Il Paese è stato teatro di guerra dal 2013 al 2020 ma la guerra civile è ripresa nell'aprile 2023 tra le "Forze Armate Sudanesi" e le "Forze di Supporto Rapide". Finora, anche se poco conosciuto in Italia, il conflitto ha causato 150.000 vittime con una delle peggiori crisi umanitarie al mondo con 25-30 milioni di persone a rischio fame e carestia su una popolazione di 53 milioni di persone.

In Italia, a e precisamente a Belluno, Mukhtar Dowh aveva trovato una casa, un lavoro e degli amici. Lavorava come scaffalista per alcuni supermercati bellunesi, un lavoro impegnativo svolto specialmente nelle ore notturne a negozio chiuso ma lo faceva volentieri perché così poteva aiutare la famiglia rimasta in Sudan, la mamma e i fratelli, perché l'anziano padre era morto anni fa. Raggiungeva il lavoro, come tanti stranieri, con la sua bicicletta elettrica in qualsiasi ora e con qualsiasi tempo, certo non poteva immaginare che quel mezzo sarebbe stato la causa della sua morte. Al lavoro parlava poco, la sua lingua era l'arabo ma in un italiano un po' stentato riusciva a farsi capire ma erano i suoi occhi e il suo sorriso che parlavano per lui. La sua gentilezza, la sua bontà e laboriosità la facevano apprezzare da tutti compresi i suoi colleghi pakistani. Ogni tanto lo si vedeva in ginocchio su un cartone in un angolo appartato per le preghiere rituali o a fumare rapidamente una sigaretta - era il suo unico vizio - durante la pausa. Ora i suoi colleghi pakistani piangono perché non possono dargli l'ultimo saluto in ospedale. Lascia un grande vuoto difficile da colmare.