Immaginate a quel punto le reazioni: aperture di tutti i giornali, mega-scandalo, almeno sei puntate di Report, grillini per protesta appesi come Tarzan ai lampadari di Palazzo San Macuto. E invece no, stavolta regnano l’imbarazzo e il silenzio, lo stesso mutismo che accompagna da anni il lavoro delprocuratore di Caltanissetta De Luca, autore di splendide audizioni in Commissione Antimafia, anche a seguito della meritoria attività della presidente Colosimo. Ma perché sono tutti così nervosi? Mettetevi comodi e proviamo a capirlo insieme. Le rivelazioni in Antimafia, in primo luogo ma non solo da parte del procuratore De Luca, smontano trent’anni di balle (le presunte piste nere, oltre alla narrazione di comodo di alcuni magistrati, politici e giornalisti che a questo punto dovrebbero vergognarsi di pronunciare le parole «Falcone» e «Borsellino») e soprattutto fanno capire la reale posta in gioco, quella che si è voluta occultare per troppo tempo. Andiamo al punto: quel che conta è un nodo che potrebbe portare alla riscrittura integrale di un autentico turning point della storia italiana, e cioè l’anno 1992.
La chiave sta in quel dossier mafia-appalti costruito dal Ros dei Carabinieri (il generale Mario Mori e il colonnello Giuseppe De Donno), oggetto della straordinaria attenzione di Giovanni Falcone e poi di Paolo Borsellino. Cosa se ne ricava? In quell’anno l’attenzione era concentrata (a Nord) sull’inchiesta Mani Pulite, il cui esito è oggi chiaro: per una ragione o per l’altra, ne uscirono a pezzi le forze del pentapartito, mentre (con circoscritte eccezioni milanesi) ne risultò pressoché completamente indenne il Pci-Pds-Ds, che non a caso, a inizio 1994, si sentiva pronto a conquistare tutto con la «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto, fermata- come si sa - solo da un benedetto imprevisto della storia, e cioè dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, capace di unire alla sua forza personale la trovata della costruzione di una coalizione di centrodestra.








