La narrazione della sinistra anti-Meloniana in questi anni si è basata sull’equazione tra destra sovranista e fascismo storico, un falso che sta collassando e finirà per travolgere i suoi pifferai.
Due fatti hanno dato un colpo letale allo storytelling progressista sul ritorno del totalitarismo: il primo, la sconfitta di Viktor Orban nel voto in Ungheria, dove il presunto “dittatore” ha accettato un verdetto democratico e pacificamente ha lasciato il governo, un trionfo delle regole dello Stato di diritto, a Budapest, dove la sinistra qualunquista vedeva solo autoritarismo; il secondo, l’attacco di Donald Trump a Giorgia Meloni (reiterato ieri in un’intervista a Maria Bartiromo sulla Fox) che ha fatto evaporare il legame ideologico tra Donald e Giorgia, la prova - secondo la sinistra ipnotizzata dal canto degli Inti-Illimani - di un disegno autoritario che va dalle rive del Potomac a quelle del Tevere. Un terzo fatto ha aperto una crepa profonda: l'incontro (svelato da Libero) di Giuseppe Conte con Paolo Zampolli, uomo d’affari legato a Trump, che non casualmente coincide con un crollo nei sondaggi per le primarie del capo dei 5Stelle contro Elly Schlein, prova di una leadership instabile e vulnerabile a fattori esterni.











