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15 APRILE 2026

Ultimo aggiornamento: 9:12

Da una parte il sistema, che si sta già riorganizzando per preservarsi. Dall’altra la politica, che vorrebbe riformare il pallone italiano e sa che questa è la finestra buona, forse l’ultima, per intervenire. Più che tra i vari candidati (Malagò, Abete o chi per loro), la vera battaglia per il futuro della Figc e quindi del calcio italiano è quella tra autonomia e commissariamento. Uscito di scena Gravina, per cambiare davvero il calcio bisogna fare piazza pulita dei suoi consiglieri e collaboratori, alleati e dirigenti, tutti coloro che hanno partecipato al sistema fallimentare dell’ultimo decennio (e che invece si stanno già riposizionando nel nuovo corso, che sarebbe solo una riedizione di quello precedente). Il primo a rompere gli indugi è stato il senatore di Fratelli d’Italia, Paolo Marcheschi, già promotore dell’affare sulle prospettive del calcio italiano, che ha esplicitato la posizione del governo: “Non è un problema di nomi: le riforme vere richiedono i poteri che solo un commissario può avere”. Nell’audizione in Commissione al Senato, è stato ribadito il concetto. Il solito Lotito – l’unico che in Serie A non ha firmato la candidatura di Malagò – lo ha fatto a suo modo: “Ritengo che il governo abbia la possibilità di nominare un commissario per la Figc, se c’è volontà di rifondare il calcio gli strumenti per farlo ci sono. Si nomina un commissario di altissimo profilo internazionale, una commissione sportiva che suggerisce e supporta nella riscrittura delle norme, in meno di un anno si è già sistemato tutto”.