Sono ancora solo il 15% del totale: ma la prossima generazione di cantautrici è destinata a prendersi la scena con progetti fatti di parole, tecnologia, corpo

di Laura Piccinini

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Succede spesso, in svariati settori. A un certo punto della storia della musica italiana recente, “il mondo maschile, anche qui ancora dominante, si è accorto che stava invecchiando e servivano linguaggi nuovi e idee perché quelli esistenti mostravano un po’ la corda. Così ha chiesto silenziosamente alle donne di rompere qualche tetto di cristallo del suono per migliorare le cose e gli ascolti”. La liberazione dal “mansplaining sistemico” dei produttori uomini che la sanno più lunga, dal sessismo dell’industria autoriale “dietro le quinte”, dal moltiplicarsi quasi monogenere dei cloni trap. È quello che racconta in Matrilineare (minimum fax) Piergiorgio Pardo, critico musicale snob il giusto – scrive per Onda Rock e Blow Up e la sua trasmissione Mash Up su Radio Popolare è un piccolo culto – e queer abbastanza da sentire “una sorellanza intersezionale e voler raccontare meglio (come dice il sottotitolo del libro, ndr) La musica italiana nelle parole delle cantautrici”. Che già dal termine fa discutere: Maria Monti lo inventò nei 60 – ma al femminile pareva un ossimoro – e poi Carmen Consoli rivendicò “cantantessa”. “Siae ed Equaly (realtà italiana che si occupa di parità di genere all’interno del music business, ndr) danno le autrici al 13-15%, in miglioramento. Ma non è abbastanza e il fatto che oggi si possa fare musica da casa, pubblicare direttamente su piattaforme e costruirsi un pubblico sui social deve fare i conti con la ricettività del mercato. Siamo stufi di ascoltare il mondo scritto da una parte sola. Ma se non stiamo attente/i questo sviluppo potrebbe essere osteggiato, o peggio, ridotto a cliché. Le cantautrici come nuovo hype da cavalcare: no”.