“Abbiamo fatto gli europei, ora dobbiamo fare l’Europa” dico rovesciando la frase di D’Azeglio, abbiamo fatto l’Italia ora dobbiamo fare gli italiani, e non è solo un gioco retorico. È una constatazione. Gli europei esistono già, l’Europa no.
Per capirlo basta guardare i giovani. Non parlano più di estero, parlano di spostamenti. Berlino, Barcellona, Parigi non sono mete di emigrazione, sono varianti della stessa casa. L’Erasmus ha fatto molto più di tanti trattati: ha costruito relazioni, abitudini, normalità. Chi ha vissuto quell’esperienza sviluppa un senso di appartenenza europea senza precedenti. Non è un’idea, è una pratica, sostenuta dall’adozione di fatto di una lingua europea: l’inglese. I giovani lo parlano in modo fluente, molti corsi universitari sono in inglese anche nei paesi non anglofoni, e i giovani che vanno all’estero parlano in inglese. La ricerca europea parla inglese. Paradossalmente, i giovani inglesi sono rimasti indietro e lo hanno capito dopo. Non sono andati a votare al referendum sulla Brexit e si sono trovati fuori dall’Europa perché gli anziani hanno votato, scegliendo anche per loro. Ora chiedono di rientrare nei programmi europei, a cominciare proprio dall’Erasmus. Hanno scoperto che l’Europa non è un’astrazione burocratica ma uno spazio di vita.







