Non una rottura. Piuttosto una lenta, calcolata presa di distanza. Il Partito Democratico milanese sta riaprendo uno spazio politico proprio, e lo sta facendo proprio mentre si avvicina la stagione del “dopo” Beppe Sala in vista delle elezioni del 2027. A Palazzo Marino il cambio di clima si vede nei dossier più sensibili. Non nei grandi annunci, ma nei dettagli: voti che si spostano, frenate improvvise, iniziative autonome. Il primo fronte è quello della sicurezza. Sul taser alla polizia locale — cavallo di battaglia trasversale e già approvato dalla giunta — il Pd ha scelto di rallentare. Dopo sei mesi di sperimentazione senza utilizzi, i dem hanno sollevato dubbi sull’opportunità di renderlo definitivo, bloccando di fatto il via libera in Consiglio comunale. Una presa di posizione politica, più che tecnica, che ha costretto lo stesso Sala a fare un passo indietro: «Mi adeguerò al Consiglio», ha detto, lasciando la decisione all’aula. Il secondo dossier è ancora più simbolico: Tel Aviv. Qui la frattura è geopolitica ma anche interna alla maggioranza. Il Pd milanese — insieme ai Verdi — ha chiesto di sospendere il gemellaggio con la città israeliana, aprendo uno scontro politico e identitario. Sala ha scelto di prendere tempo, rinviando la decisione alla giunta. Ancora una volta, il sindaco prova a mediare.