Il postmoderno è il tempo più crudele per la sinistra. Così si potrebbe (indegnamente) parafrasare l’incipit del celebre poema di Thomas Eliot allo scopo di descrivere l’odierna terra desolata delle forze progressiste. A partire proprio da uno degli appuntamenti più attesi di queste settimane, le elezioni ungheresi, con Péter Magyar, l’underdog che si è candidato contro l’autocrate Viktor Orbán, che nulla c’entra con le culture politiche della sinistra. La sfida al partito-Stato Fidesz è infatti molto “interna”, perché in precedenza Magyar è stato un fedelissimo dell’immarcescibile premier della democrazia illiberale, e Tisza rappresenta una formazione di destra liberalconservatrice. Dunque per la sinistra non c’era partita. E anche laddove è in campo si ripropone spesso la divisione tra riformisti e radicali, seppure in chiavi inedite – come in Francia, con le tensioni fra La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon e Place publique di Raphaël Glucksmann o, in Gran Bretagna, con quelle tra i laburisti di Keir Starmer e il Your Party di Jeremy Corbyn e Zarah Sultana. Conflitti che rendono difficile costruire dei “campi larghi” (la situazione italiana non è quindi delle peggiori, tutto sommato) e che, nel caso di eventuali ritorni al governo, vanno a minare in modo strutturale la coesione e la stabilità. Le motivazioni per cui il progressismo fatica enormemente a toccare palla sono varie, compreso un certo abbandono del campo da vittorie pregresse, nel senso che la sinistra della modernità ha assistito al successo di svariate delle sue battaglie collettive, finendo così in qualche modo per esaurire, dopo averle realizzate, diverse delle proprie ragioni sociali. Mentre la gestione dell’esistente e la razionalizzazione governativa – per giunta praticate spesso con un eccesso di aderenza allo stato delle cose – non sono state certamente in grado di sostituire il mito politico dell’edificazione di una “società modello” alternativa (a cui lavorano, invece, in maniera inquietante i tecnosoluzionisti padroni della Silicon Valley). La crisi fiscale degli Stati che da decenni assottiglia il welfare ha fatto declinare l’idea socialdemocratica, rendendo i ceti popolari assai sensibili alle promesse (e alle armi di distrazione di massa) delle destre populiste. Al medesimo tempo, il rigetto dell’Illuminismo da parte di un discorso pubblico e di un immaginario diffuso in cui dominano il soggettivismo e l’interesse particolaristico vanifica le piattaforme comuni. E a cambiare il segno non basta neppure una certa retorica dell’allargamento indefinito dei diritti, se questi non risultano effettivamente esigibili e finanziabili. La strada resta quella già tracciata: ripensare e reinventare i fondamentali, ovvero una miscela – necessariamente rinnovata – di liberalismo (non neoliberismo), socialdemocrazia (come insieme di diritti, ma pure di doveri, da concepire in una logica collettiva e non microsettoriale) e popolarismo (non populismo, sostanziando nella realtà la visione di una maggiore eguaglianza). Insomma, ancora e sempre, liberté, égalité, fraternité.
Se la destra perde colpi ma la sinistra non tocca palla
Il postmoderno è il tempo più crudele per la sinistra. Così si potrebbe (indegnamente) parafrasare l’incipit del celebre poema di Thomas Eliot allo scopo di descrivere l’odierna terra desolata delle forze progressiste. A partire proprio da uno degli appuntamenti più attesi di queste settimane, le elezioni ungheresi, con Péter Magyar, l’underdog che si è candidato contro l’autocrate Viktor Orbán, che nulla c’entra con le culture politiche della sinistra. La sfida al partito-Stato Fidesz è infatti molto “interna”, perché in precedenza Magyar è stato un fedelissimo dell’immarcescibile premier della democrazia illiberale, e Tisza rappresenta una formazione di destra liberalconservatrice. Dunque per la sinistra non c’era partita. E anche laddove è in campo si ripropone spesso la divisione tra riformisti e radicali, seppure in chiavi inedite – come in Francia, con le tensioni fra La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon e Place publique di Raphaël Glucksmann o, in Gran Bretagna, con quelle tra i laburisti di Keir Starmer e il Your Party di Jeremy Corbyn e Zarah Sultana. Conflitti che rendono difficile costruire dei “campi larghi” (la situazione italiana non è quindi delle peggiori, tutto sommato) e che, nel caso di eventuali ritorni al governo, vanno a minare in modo strutturale la coesione e la stabilità. Le motivazioni per cui il progressismo fatica enormemente a toccare palla sono varie, compreso un certo abbandono del campo da vittorie pregresse, nel senso che la sinistra della modernità ha assistito al successo di svariate delle sue battaglie collettive, finendo così in qualche modo per esaurire, dopo averle realizzate, diverse delle proprie ragioni sociali. Mentre la gestione dell’esistente e la razionalizzazione governativa – per giunta praticate spesso con un eccesso di aderenza allo stato delle cose – non sono state certamente in grado di sostituire il mito politico dell’edificazione di una “società modello” alternativa (a cui lavorano, invece, in maniera inquietante i tecnosoluzionisti padroni della Silicon Valley). La crisi fiscale degli Stati che da decenni assottiglia il welfare ha fatto declinare l’idea socialdemocratica, rendendo i ceti popolari assai sensibili alle promesse (e alle armi di distrazione di massa) delle destre populiste. Al medesimo tempo, il rigetto dell’Illuminismo da parte di un discorso pubblico e di un immaginario diffuso in cui dominano il soggettivismo e l’interesse particolaristico vanifica le piattaforme comuni. E a cambiare il segno non basta neppure una certa retorica dell’allargamento indefinito dei diritti, se questi non risultano effettivamente esigibili e finanziabili. La strada resta quella già tracciata: ripensare e reinventare i fondamentali, ovvero una miscela – necessariamente rinnovata – di liberalismo (non neoliberismo), socialdemocrazia (come insieme di diritti, ma pure di doveri, da concepire in una logica collettiva e non microsettoriale) e popolarismo (non populismo, sostanziando nella realtà la visione di una maggiore eguaglianza). Insomma, ancora e sempre, liberté, égalité, fraternité.












