Nei primi giorni di settembre il governo Meloni sarà il più longevo nella storia della Repubblica. È un elemento politico, di sistema, inconsueto, che ha proiettato sulla legislatura l’eterna attesa della caduta dell’esecutivo. Ci sono stati momenti di tensione e grandi difficoltà (due guerre e il cambio della mappa energetica europea) ma la maggioranza ha retto. Dopo la sconfitta nel referendum sulla Giustizia, la domanda “quando cade?” è diventata “ma perché non è ancora caduta?”. Non cade perché questa legislatura ha la cifra (la sostanza politica e i numeri in Parlamento) per durare fino alla fine. Per la prossima, vedremo. E qui si fanno grandi progetti.

Ieri mattina ho letto con grande interesse un articolo di Repubblica, firmato da Francesco Bei, titolato così: “Il piano dei figli del Cavaliere, pronti alla fine del sovranismo e aperti a nuove maggioranze”. Perbacco, roba grossa. Provo a riassumere quello che è stato pubblicato sul quotidiano fondato da Eugenio Scalfari: Forza Italia vuole diventare un partito di centro (ricordo che lo è già, da oltre 30 anni, grazie al fondatore Silvio Berlusconi che lo collocò nella famiglia del Partito popolare europeo); bisogna cambiare i capigruppo (lavori in corso, non mi pare ci siano problemi, sono energie nuove); il segretario Antonio Tajani ha la fiducia della famiglia Berlusconi e il cantiere è aperto. Fin qui, niente di esoterico, è un piano realista che punta a rinnovare alcune cariche, assicurare la dialettica interna, dando adeguato spazio alla minoranza. Il punto che rivela una prospettiva per il dopo voto (nel 2027) compare quando Repubblica parla dell’esistenza di un ragionamento su una sorta di “modulo tedesco” da applicare al caso italiano quando il sovranismo avrà esaurito la sua spinta propulsiva (così disse Enrico Berlinguer della Rivoluzione d’Ottobre).