Per settimane, mentre gli Stati Uniti e Israele bombardavano l’Iran e lo Stretto di Hormuz rimaneva serrato, Pechino ha mantenuto la sua abituale e calcolata ambiguità: condanne generiche, astensioni al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dichiarazioni sul diritto internazionale. Ma a novanta minuti dalla scadenza dell’ultimatum di Donald Trump Teheran ha accettato il cessate il fuoco mediato dal Pakistan. Il presidente Usa si è detto certo che «la Cina abbia convinto l’Iran a negoziare». E la conferma è arrivata da più fonti: funzionari iraniani hanno riconosciuto un intervento di Pechino dell’ultimo minuto che ha chiesto agli ayatollah di «mostrare flessibilità e disinnescare le tensioni» e il Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif ha ringraziato Xi Jinping pubblicamente. Il grande giocatore silenzioso è finalmente uscito allo scoperto, Washington non aspettava altro. Vista dall’altra sponda dell’Atlantico, la guerra in Iran è la guerra in cui si decide chi comanderà il mondo nel prossimo mezzo secolo.
Per anni Pechino ha speso miliardi per trasformare l’Iran in un asset strategico: «Colpendo Teheran», ha spiegato Zineb Riboua, ricercatrice all’Hudson Institute, «l’amministrazione Trump sta smontando un pilastro (il secondo, dopo il Venezuela, ndr) dell’architettura regionale cinese». Le sanzioni occidentali hanno causato l’isolamento di Teheran. La Cina ne ha approfittato: è diventata il principale acquirente del petrolio iraniano (il 90% delle esportazioni), ha investito in porti, ferrovie, zone industriali, nel 2021 ha firmato con la Repubblica Islamica un accordo venticinquennale da 400 miliardi di dollari. L’Iran, inoltre, è il nucleo della Belt and Road Initiative, la Nuova via della seta, e del Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud, progetto guidato dalla Russia per collegare il subcontinente indiano all’Europa attraverso Teheran.














