ROVIGO - Della propria infanzia Mirko Bernardinello (primo trapiantato da donatore a cuore fermo in Italia, ndr) ha un ricordo nitido e doloroso: «All’asilo senza fiato». Così si intitola anche un paragrafo del libro “A cuore fermo” (Cleup), che il 49enne polesano ha scritto con il giornalista trentino Antonio Girardi. Gli autori hanno deciso di destinarne i proventi alle organizzazioni di volontariato che si occupano di donazioni e trapianti.

Come sta?

«Molto meglio di tre anni fa, quando ero arrivato quasi alla fine della mia vita. Non riuscivo più a camminare neanche per fare dieci metri. Sono nato con una cardiopatia congenita».

«Tutto è iniziato da loro due», racconta nel volume, riferendosi a Gino Gerosa e Paolo Zanatta. Non ha avuto paura di sottoporsi ad un trapianto tanto pionieristico?

«Quando il professore mi ha fatto la proposta, ho preso la palla al balzo, perché non potevo più andare avanti in quelle condizioni. Ho firmato il consenso con determinazione, ma ho capito solo dopo quanto eccezionale fosse stato l’intervento. Mentre ero ricoverato in Terapia intensiva, tutti continuavano a dire che ero una persona importante, mentre io rispondevo che ero solo un uomo fortunato perché avevo ricevuto un grande dono. Ma quelli insistevano: “Guarda che è passato a farti visita anche il presidente Luca Zaia”. Da lì ho compreso che era accaduto quello che non era mai successo prima».