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10 APRILE 2026

Ultimo aggiornamento: 18:49

“La decisione da parte dell’imputato di eliminare Sofia Stefani è dunque maturata in tale contesto”. È da questa frase contenuta nelle motivazioni della Corte d’assise di Bologna che si ricostruisce il percorso che ha portato Giampiero Gualandi, ex comandante della polizia locale di Anzola (Bologna), a essere condannato all’ergastolo per l’omicidio volontario aggravato di Sofia Stefani. Per i giudici, la relazione extraconiugale tra l’imputato e la collega non solo non si era interrotta dopo essere stata scoperta dalla moglie di lui, ma aveva assunto nel tempo “connotati sperequati e tossici”. In questo contesto, la Corte colloca la progressiva maturazione del proposito omicidiario, legato a una crescente insofferenza dell’uomo rispetto a una situazione che, secondo le motivazioni, egli non riusciva più a governare e che percepiva come una minaccia alla propria “onorabilità personale” e ai propri “progetti professionali”.

È proprio da questa tensione che, secondo i giudici, prende forma la decisione di uccidere la giovane collega. Una decisione che si traduce in un gesto preciso, compiuto all’interno dell’ufficio di lavoro dell’ex comandante, dove Gualandi avrebbe utilizzato la pistola d’ordinanza, una Glock che conosceva e padroneggiava perfettamente. L’uso dell’arma, sottolinea la Corte, si inserisce in un contesto che gli consentiva anche di giustificare il porto della stessa. La sentenza dedica ampio spazio alla ricostruzione fornita dall’imputato, che ha sempre sostenuto che il colpo fosse partito accidentalmente durante una colluttazione mentre stava pulendo la pistola. Una versione che i giudici definiscono “fumosa, approssimativa, ipotetica”, costruita nel tentativo di accreditare la tesi dello sparo involontario.