Appena oltre la curva dietro la chiesa di Fenyeslitke, Karesz allunga la mano e accende l'altoparlante sul tetto del suo Iveco bianco.
Sulle fiancate sono raffigurati i volti di Peter Magyar e della candidata locale dell'opposizione, Viktoria Dicso. Dalle casse parte una musica popolare ungherese che si diffonde tra le case color pastello e le staccionate di legno. Poi la voce registrata: "Domenica votate, scegliete Tisza".
Il suono si mescola al rumore del passaggio lento dei camion diretti verso l'Ucraina lungo la E573. Karesz la percorre ogni giorno: parte da Nyiregyhaza, capoluogo della contea, e risale la linea dei villaggi - Ajak, Fenyeslitke, Tiszabezded, Mandok - fino a Zahony, ultimo avamposto ungherese. Tra i binari e la dogana passano merci, carburante, prodotti alimentari. E poco distante, invisibile sotto terra, scorre il Druzhba, l'oleodotto che porta il petrolio russo verso Ungheria e Slovacchia, simbolo insieme della guerra e della narrativa di Viktor Orban contro Volodymyr Zelensky.
"Prima era Soros, poi Bruxelles, adesso Kiev. Viktor deve sempre avere un nemico", dice Karesz, indicando orgoglioso la sua felpa nera da volontario con il logo stilizzato rosso e verde di Tisza. "Ma qui non c'è nessuna crisi. Anche se l'oleodotto è danneggiato, la vita va avanti. Questa storia dell'Europa che ci vuole in guerra, degli ucraini che fermano l'energia, del costo della benzina... È tutta propaganda. I prezzi sono alti ovunque, basta guardare i Paesi vicini. È una storia costruita".













