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Conte ne regalò a Pechino 18 tonnellate poi le riacquistò da un'azienda vicina al regime
Quanti segreti sulla pandemia ci sono ancora da scoprire? Quanti errori sono stati compiuti, in buona o in malafede? Qual è la lezione che il Paese dovrebbe apprendere per la prossima emergenza, tutt'altro che imprevedibile? C'è una persona che conosce tutte le risposte a queste domande ma non le rivelerà mai in commissione Covid: è Giuseppe Conte, che ne ha voluto far parte dopo aver cercato di boicottarla e che ha già detto che mai si dimetterà da questa commissione.
Ma dopo l'audizione dell'imprenditore che accusa il collega di studio di Conte Luca Di Donna di aver promesso un aiutino sulle mascherine in cambio di una stecca mascherata da consulenza spunta un documento finora inedito che racconta molte cose. Certe carte sono pubbliche, ma vanno lette con attenzione. Per esempio, negli archivi della Protezione civile c'è un documento che finora sarebbe sfuggito anche alla commissione parlamentare che indaga sulla pandemia. Il suo numero - Dpc-contratto-covid19-00115636 - non dice molto, il contenuto invece sì. Ci racconta che il 22 marzo 2020 l'Italia ha speso 36 milioni tramite la Protezione Civile per acquistare da un'azienda controllata dal Partito comunista cinese 22 milioni di mascherine pagandole 1,7 euro l'una: totale, 36 milioni. È una piccola parte delle 18 tonnellate di dispositivi di protezione individuale (forse persino più scadenti) che l'Italia aveva regalato a Pechino appena un mese prima, con Luigi di Maio che il 15 febbraio si era fatto immortalare. Nel nostro Paese - con il Cts all'oscuro di tutto, come si è saputo durante un'audizione in commissione Covid - quelle mascherine regalate avrebbero fatto molto comodo, soprattutto nella Bergamasca dove i medici eroi morivano come mosche per salvare chi si ammalava di un virus che quasi sicuramente circolava da settembre 2019.






