Il caso Almasri, il comandante libico che la Corte penale internazionale avrebbe voluto in manette e l’Italia ha liberato e riportato a Tripoli, non è chiuso. Arriva lunedì alla Consulta la questione di legittimità sollevata dalla Corte d’appello di Roma sulla legge di conversione del Trattato di Roma, che disciplina la collaborazione con la Cpi.
La richiesta di arresto e il silenzio del ministero
Il principale nodo giuridico nasce da quello che in Italia è diventato un caso politico, nonché una grana anche internazionale per il governo Meloni, dopo il deferimento dell’Italia all’Assemblea Onu per inadempimento degli obblighi internazionali stabilito dalla Cpi. Il nastro va riavvolto fino al 18 gennaio 2025, quando il comandante libico Almasri – all’epoca capo della polizia giudiziaria e uomo forte della milizia Rada – viene arrestato a Torino su richiesta della Cpi per crimini di guerra e contro l’umanità e poi liberato per mancanza di un provvedimento del ministro Nordio, che sostanzialmente si trincera nel silenzio fino a espulsione avvenuta.
I nodi giuridici che la Consulta dovrà vagliare
Attualmente, la legge subordina la trasmissione delle richieste della CPI al Procuratore generale a una decisione discrezionale del ministero della Giustizia. Se gli atti non vengono trasmessi, il giudice non può procedere. Dunque – chiede la Corte d’appello – è legittimo che un filtro politico possa limitare o far venire meno un Paese agli obblighi di cooperazione? C’è una seconda questione che la Consulta sarà chiamata a vagliare. La Corte d’appello di Roma la introduce citando la decisione con cui è stata negata l’autorizzazione a procedere per il sottosegretario Mantovano e i ministri Nordio e Piantedosi. All’epoca, il governo ha giustificato la decisione di espellere Almasri, riportato in Libia con un Falcon di Stato, con motivi di sicurezza nazionale. Simili valutazioni politiche sono ragioni sufficienti per venire meno ai trattati di cooperazione internazionale?








