Dai tweet di fuoco (di Donald Trump) al “cessate il fuoco” ottenuto grazie anche all’intensa azione diplomatica di paesi come Turchia, Egitto, Cina e soprattutto Pakistan. E purtroppo in bilico dopo l’attacco di Israele in Libano. Ora rimangono 14 giorni per risolvere i due dossier più complicati: il nucleare iraniano e lo stretto di Hormuz. Ma soprattutto: quando riavremo un prezzo decente alla pompa di benzina? Quello che accade alle petroliere in navigazione incide sicuramente e senza mediazioni alla stazione di servizio. «Ancora troppo presto per capire che piega prenderà la possibile normalizzazione del traffico nello stretto» spiegano gli analisti di T Commodity ai loro clienti. «Un conto è la libera navigazione e quindi un ritorno allo status quo ex ante. Altro è l’istituzionalizzazione di un regime controllato con un controllo della navigazione magari in partnership fra Stati Uniti ed Iran. Ad ora si può escludere un regime di pedaggio o di chiusura ad opera di Teheran». L’effetto sul prezzo del petrolio si è visto. Nei due mercati di riferimento, vale a dire Wti per gli Usa e Brent per il Nord Europa, si sono registrate forti correzioni al ribasso. Da 110 a circa 95 in entrambi i casi. E perché il prezzo della benzina e del diesel possa scendere, la quotazione del greggio al barile (che ricordiamo sono intorno a 160 litri) è un prerequisito essenziale. Ma non è così semplice e non è sufficiente. Primo perché prima dello scoppio del conflitto il prezzo oscillava intorno ai 65 dollari al barile. Secondo perché sul prezzo finale incidono altri tre fattori: (1) il costo di produzione e distribuzione del carburante. Cioè il margine di chi raffina il petrolio e di chi lo distribuisce. (2) Il cambio, perché il petrolio è acquistato in dollari ma viene venduto a noi in euro. (3) Le pretese dello Stato che sul carburante applica le accise (una tassa fissa al litro) e l’Iva; quest’ultima variabile in base al prezzo e calcolata sul costo industriale e sull’accisa. Una tassa sulla tassa, insomma.