Mentre Donald Trump scala la marcia per placare la pancia Maga degli Stati Uniti, Israele pare accelerare e martella senza tregua il Libano: fino a quando? Fino a dove? Fino alla distruzione della repubblica islamica, confidano, a Gerusalemme come a Tel Aviv, i più ottimisti, donne, uomini, giovani e meno giovani provati dalle notti insonni nel bunker ma ciò nonostante convinti che l’occasione di farla finita con il nemico esistenziale dello Stato ebraico vada colta adesso e non si ripeterà. Fino a Masada, borbottano gli altri, i pessimisti, quelli a cui il sollievo per l’eliminazione di Khamenei non è bastato a spazzare via le nubi plumbee dall’orizzonte. Dire Masada significa la fine della Storia. Masada, dove le scolaresche israeliane vanno in gita e diversi reparti dell’esercito prestano giuramento, è l’iconica fortezza affacciata sul Mar Morto in cui per non cadere in mano ai romani gli zeloti si suicidarono in massa, portando alle estreme conseguenze la scelta tra libertà e morte. Era il 73 dopo Cristo. Sono passati quasi due secoli e Israele, ormai potenza tecnologica e militare, continua ad avvertire la pressione dell’assedio, ad armarsi, a denunciare un’ostilità irriducibile rispetto alla quale si prevale o si soccombe. Oggi però, non è più solo questione di percezione: a distanza di tre anni dal pogrom del 7 ottobre e dalla solidarietà internazionale che, sia pur per poco, abbracciò allora gli israeliani, l’isolamento del Paese si è fatto concreto, tangibile, diffuso ben oltre i confini regionali.