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Tomás Eloy Martínez porta il lettore dentro un realismo magico ma tragico

Emilia Dupuy e Simón Cardoso sono cartografi di professione, hanno trent'anni, sono argentini, sono sposati da tre anni. Siamo a metà degli anni Settanta, e il potere è stato appena preso da una giunta militare: un generale dell'esercito, uno dell'aviazione, un ammiraglio.

É la sesta dittatura in ordine di tempo e in quarant'anni di storia novecentesca dell'Argentina, ed è la più sanguinosa, perché arriva a ridosso di ciò che ancora restava del peronismo, ovvero del fenomeno politico più interessante del Sud America. Due anni prima Domingo Peron è infatti rientrato trionfalmente in patria, dopo aver vinto le elezioni, ed è di nuovo presidente della Repubblica. Era esule dal 1955, dop un governo decennale e in cui il giustizialismo da lui tenuto a battesimo, aveva coniugato insieme riformismo, politiche sociali, populismo, aiutato in questo dalla moglie, Evita Peron, la cui figura carismatica e la cui morte precoce avevano dato al peronismo i contorni di un misticismo ideologico. In quell'arco di tempo, però, tutto è cambiato, a partire dalla stessa geografia politica del Sud America, il peronismo si è scisso in due tronconi, di destra e di sinistra, rispettivamente reazionari e rivoluzionari, e Peron è ormai l'ombra di sé stesso: morirà l'anno dopo, lasciando la nuova moglie, Isabelita, alla presidenza, e lasciando di fatto a Lope Rega, che ne è il burattinaio, i pieni poteri. Di lì a poco i militari spazzeranno via tutto e instaureranno una dittatura.