Sull’orologio dell’apocalisse restava appena un’ora e mezza. Novanta minuti all’assalto definitivo minacciato da Trump contro l’Iran e il suo popolo, «la morte di un’intera civiltà». Novanta minuti all’escalation che avrebbe fatto precipitare il Golfo, il Medio Oriente — e tutto il mondo — in un conflitto senza più limiti. E invece proprio in quel momento, le 18 e 32 nel fuso della Casa Bianca, mezzanotte e 32 in Italia, la notte della temuta apocalisse si è trasformata in quella del cessate il fuoco, di un fragilissimo sospiro di sollievo. Un esito che pareva improbabile, considerata distanza e sfiducia tra le parti. Che deve moltissimo alla mediazione del Pakistan, ma anche — secondo le ricostruzioni — alla spinta dell’ultimo minuto della Cina su Teheran, e a un intervento diretto della Guida Suprema. Ma che in definitiva va spiegato soprattutto con la necessità di Trump di tirarsi fuori da un vicolo cieco in cui aveva cacciato se stesso e gli Stati Uniti, l’ennesimo Taco — il passo indietro del pollo — di un pessimo negoziatore.
Vance spinge Orbán e loda Meloni: “I migliori in Europa”
dalla nostra inviata Tonia Mastrobuoni
09 Aprile 2026
Fin dai primi giorni del conflitto, e questo è storia nota, il Pakistan e il suo primo ministro Shehbaz Sharif avevano portato avanti il loro difficile tentativo di mediazione indiretta — poi esteso ad Arabia Saudita, Turchia ed Egitto — contando sui buoni rapporti sia con Washington che con Teheran. I negoziati non sembravano per la verità registrare significativi passi avanti, a fronte di una costante escalation dello scontro e della minaccia definitiva di Trump. Non era noto, almeno fino a ieri, che tre giorni fa Islamabad aveva trasmesso alle parti una proposta di accordo in due fasi: primo un cessate il fuoco con contemporanea riapertura dello stretto di Hormuz, quindi l’avvio di negoziati più ampi.











