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8 APRILE 2026
Ultimo aggiornamento: 21:41
L’omicidio di Nada Cella è un “delitto d’impeto”, crudele e aggravato dai futili motivi, che per i giudici del tribunale di Genova tra le sue radici nel “rancore” e nella “gelosia”. Un rancore che Anna Lucia Cecere, “ragazza madre” con “l’ossessione di sistemarsi”, covava nei confronti del commercialista Marco Soracco, che l’aveva “tagliata” senza “nemmeno trovare il coraggio di dirglielo in faccia”. E che, quella mattina di trent’anni fa, si sarebbe riversato su Nada Cella, “segretaria graziosa” nei cui confronti provava invidia sociale, la cui unica colpa sarebbe stata quella di “eseguire i dettami del suo datore di lavoro”: impedire a quella donna l’accesso allo studio, “indotta” dal superiore “a placarla sulla porta”.
È questa la ricostruzione di uno dei più noti cold case italiani, contenuta nelle motivazioni appena depositate e firmate dalla Corte presieduta dal giudice Massimo Cusatti. Un caso “particolare”, si legge nella premessa della decisione: sia per il tempo passato (una sfida “al macigno del tempo”, sia per il “malsano clima investigativo” in cui all’epoca si svolsero le indagini. La pista che portava ad Anna Lucia Cecere – condannata in primo grado a 24 anni – era emersa subito, ma in modo altrettanto frettoloso era stata archiviata, perché in contraddizione con l’ipotesi principale, quella che aveva come unico sospettato Soracco. Le prove a carico dell’imputata – scrivono i magistrati – sono “indiziarie”, ma il complesso degli indizi forma “una griglia stringente e univoca”, in grado di superare “ogni ragionevole dubbio“: testimoni, un tipo di bottoni molto particolari ritrovati nel suo appartamento e sul luogo del delitto, vecchie intercettazioni dimenticate a lungo nel fascicolo.










