Anna Lucia Cecere, l'ex insegnante condannata a 24 anni, uccise Nada Cella "per invidia sociale", in un "dolo d'impeto" perché invidiosa di ragazze dell'entroterra qual era la stessa Nada "sprezzantemente definite 'contadine' che, contrariamente a lei, riuscivano ad affermarsi nel lavoro acquisendo una sicurezza economica a lei preclusa e assai agognata".
Ecco come i giudici della corte d'assise di Genova (presidente Massimo Cusatti) spiegano i motivi che li hanno portati alla sentenza.
La giovane segretaria sarebbe stata "colpevole", agli occhi della sua assassina, di avere atteso agli ordini impartiti dal suo datore di lavoro Marco Soracco e cioè di non passare più sue telefonate. Il commercialista è stato condannato a due anni per favoreggiamento. Il cold case del 1996 è stato riaperto grazie alla rilettura fatta dalla criminologa Antonella Delfino Pesce con l'avvocata Sabrina Franzone. Le loro intuizioni hanno poi convinto la pm Gabriella Dotto ad affidare le indagini alla squadra mobile. Un delitto, per i magistrati, che non ha movente ma le cui ragioni vanno ricercate nella personalità dell'imputata.
Cecere è "una donna dal vissuto assai sofferto, cresciuta tra mille difficoltà, convintasi della possibilità di 'sistemarsi' soltanto conquistando un uomo possidente grazie alla sua indubbia avvenenza, complessata e frustrata". Tra gli indizi che la corte ha preso in considerazione la testimonianza della mendicante che avrebbe visto l'ex insegnante uscire quella mattina dal codominio dove si consumò il delitto e il bottone trovato sotto il corpo della vittima.








