In un’economia in cui l’innovazione è sempre più determinante per la crescita, incubatori e acceleratori sono diventati infrastrutture invisibili ma essenziali. Non producono direttamente beni o servizi, ma rendono possibile la nascita e lo sviluppo di nuove imprese, accompagnando le startup nei passaggi più fragili: dall’idea al mercato, dalla tecnologia al capitale.

Negli ultimi dieci anni anche in Italia queste strutture si sono moltiplicate, contribuendo a costruire un ecosistema oggi più articolato. Ma proprio mentre l’innovazione diventa una leva strategica per la competitività del Paese, il sistema entra in una fase diversa: meno espansione, più selezione. È la fotografia che emerge dall’ultimo report del Social Innovation Monitor del Politecnico di Torino. In base ai dati, oggi in Italia operano 203 incubatori e acceleratori, con circa 2.300 addetti e oltre 5 mila startup supportate. Il fatturato complessivo delle nuove imprese incubate supera i 600 milioni di euro e ogni struttura contribuisce in media a una raccolta di 1,7 milioni per le imprese seguite. Numeri che confermano la rilevanza del settore, ma che vanno letti insieme a un altro dato: il numero di incubatori è diminuito di oltre il 10% nell’ultimo anno. Una riduzione dovuta a fusioni, chiusure di iniziative temporanee e alla transizione verso modelli più evoluti. Più che una crisi, è un segnale di maturità: meno operatori, ma più strutturati e specializzati.