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Il presidente Pezeshkian arruola i civili: "In 14 milioni pronti a difendere il Paese"

«Gli americani vogliono solo la nostra resa. I canali di comunicazione sono chiusi». Così ieri Teheran ha annunciato la fine del negoziato e l'attesa dell'ultimatum di Donald Trump scaduto alle due della scorsa notte. Sotto sotto però - come spiegava anche il vicepresidente americano JD Vance coinvolto direttamente nella trattativa - qualcosa ha continuato a muoversi. In fondo il tempo è l'arma migliore a disposizione degli iraniani. Guadagnare anche un solo giorno significa allungare la guerra e avvicinare quelle elezioni di «midterm» che minacciano di affondare la presidenza Trump. L'altra faccia della «strategia del tempo» costringe i vertici della Repubblica Islamica a rispondere colpo per colpo alle minacce Usa. E se possibile a rilanciare. In questo obbligato esercizio propagandistico i pasdaran sono sempre in prima fila. «Se l'esercito terroristico americano supererà le linee rosse, la nostra risposta andrà oltre la regione», annunciano i Guardiani della Rivoluzione ricordando di esser pronti a rispondere agli attacchi americani con altrettante incursioni sulle infrastrutture regionali in modo da «privare gli Usa e i loro alleati di petrolio e gas per anni. I partner dell'America dovrebbero sapere che fino ad oggi abbiamo esercitato grande moderazione in nome del buon vicinato e abbiamo avuto riserve nello scegliere obiettivi per la rappresaglia, ma tutte queste riserve sono state abbandonate». Avvertimenti resi ancor più espliciti dalla minaccia - fatta arrivare a Washington attraverso il Qatar - di lasciare al buio l'intero Golfo Persico, Arabia Saudita compresa, se gli Usa colpiranno le sue centrali elettriche.