Gli occhi dell’Esecutivo sono puntati sull’ultimatum per la riapertura di Hormuz lanciato da Donald Trump all’Iran: il successo del tentativo di negoziato e la ripresa della navigazione sicura nello Stretto consentirebbero a Roma, che ha invocato la de-escalation sin dall’inizio del conflitto, di tirare un sospiro di sollievo almeno sul fronte energetico e a Giorgia Meloni di impostare l’informativa di giovedì in Parlamento su un registro di ottimismo.
Un rilancio tortuoso
Se la fase 2 non è uno slalom gigante, poco ci manca. Il tentativo di rilancio dell’azione di governo dopo la sconfitta al referendum sulla riforma della giustizia appare tortuoso e irto di ostacoli. L’obiettivo della premier, appena tornata dalla visita lampo nel Golfo «per difendere l’interesse nazionale», è chiaro: risintonizzarsi con gli italiani con un’“operazione verità” sullo stato dell’arte, ossia sugli effetti della guerra, la crisi energetica e il caro carburanti.
La strategia della riduzione del danno
Meloni non ha interesse a edulcorare la pillola. Senza la svolta di un cessate il fuoco, la strategia resterebbe una sola: riduzione del danno. Da un lato serve prendere le distanze da un Trump sempre più impopolare. Al ministro della Difesa Guido Crosetto toccherà oggi alle 16 riferire a Montecitorio sul “no” all’atterraggio a Sigonella dei bombardieri Usa impegnati in Medio Oriente: uno strappo motivato dal rispetto dei Trattati che regolano l’uso delle basi e utile a riaffermare che l’Italia «non ha intenzione di entrare in guerra».









