Uno dei centinaia di cortei pro-Pal dell’anno scorso. Roma, il 4 ottobre, che pure come data lascia un po’ così, mica perché è venerdì ma perché mancano tre giorni alle commemorazioni per il pogrom di Hamas nel sud di Israele. Frega niente, tuttavia, ai manifestanti che scendono in piazza per la «Palestina libera» (da chi, da cosa? sta per diventare realtà la pax americana che riporterà gli ostaggi a casa e allenterà le operazioni delle Idf nella Striscia, che senso ha bloccare le città e mettere a ferro e fuoco interi quartieri?): ma qui, in Occidente, non solo in Italia, da anni va così e va, cioè, che nel sacro nome di Gaza vale qualsiasi mobilitazione.

È questo il clima che si respira all’Esquilino. Sono le nove di sera, il grosso del serpentone che, più o meno consapevolmente, ha riempito il pomeriggio coi soliti slogan dal-fiume-a-mare si è disperso, un gruppetto di circa cento persone è appena stato intercettato dalla digos in via Lanza. Le forze dell’ordine intendono identificare uno per uno questi ragazzotti che hanno tutti il volto coperto (o da una sciarpa o da un cappuccio) e che reagiscono all’istante. D’altronde basta un niente, nel mondo moderno, qualche messaggino su whatsapp, il passaparola dei social network, un paio di telefonate col cellulare e, se ce n’è l’occasione, il megafono vecchia scuola: chi è ancora per strada sente l’invito a presenziare in via Merulana, l’intento è di raggiungere i palazzi delle istituzioni. Si presenteranno in 5mila (per dire il potere della comunicazione) e, una volta arrivati lì, le tre ore che seguiranno saranno di quelle al limite della guerriglia urbana. Strade occupate, caos, baccano, “posti di blocco” che non sono sufficienti per fare da argine.