Un sacerdozio vissuto sulla linea di confine, affrontando gli abissi dell’animo umano e le fragilità della propria fede. Nel salotto di Verissimo, ospite di Silvia Toffanin, don Marco Pozza ha ripercorso le tappe più intense e dolorose della sua vita umana e spirituale. Il 46enne, entrato in seminario da bambino all’età di 10 anni e oggi noto come il cappellano del carcere di massima sicurezza “Due Palazzi” di Padova, si è raccontato senza filtri, restituendo il ritratto di un uomo in costante dialogo, e talvolta in conflitto, con il divino.
L’intervista si è aperta con il ricordo privato più doloroso e recente: la scomparsa del padre, avvenuta lo scorso 3 marzo. Un lutto che ha costretto il sacerdote a misurarsi con la morte da una prospettiva inedita, nonostante la sua lunga esperienza sul campo. “Ho celebrato funerali, ho raccolto i cadaveri di persone suicidate in carcere”, ha spiegato don Marco. “Quando ho visto mio padre morto, ho scoperto che nel pacchetto della vita c’è anche la morte. Abbiamo avuto un’avvisaglia tre mesi prima, abbiamo avuto il tempo di prepararci. Ho preparato io l’omelia per il funerale di papà”.
L’approccio anticonvenzionale di don Pozza si riflette nel modo in cui descrive il suo legame con Dio, definito come un rapporto mai lineare e attraversato da costanti interrogativi: “Abbiamo una storia d’amore tribolatissima”. Ricorrendo a una metafora domestica, ha aggiunto: “Se fosse una relazione tra due persone, direi che viviamo sotto lo stesso tetto, ma spesso dormiamo in stanze separate“. A mettere alla prova la sua fede è soprattutto l’incontro quotidiano con la sofferenza e la violenza: “Davanti al dolore, in particolare quando colpiscono i più piccoli, mi viene spontaneo chiedergli: perché lo permetti?”.







