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5 APRILE 2026

Ultimo aggiornamento: 8:56

Don Carlo Giorgi, sacerdote della chiesa di “San Giuseppe” nel quartiere di Monot a Beirut, ha deciso che “celebrare la Pasqua è la forma di resistenza più bella”, nonostante i bombardamenti che arrivano da Israele. L’igumeno Arsenij Sokolov, che dal 2022 risiede alla comunità monastica di Bose in Piemonte, è voluto tornare in Siberia per vivere la Settimana Santa nella sua Terra, scossa da una guerra che dura da tre anni mentre don Slavik Bystrytskiy continua a non muoversi dalla sua parrocchia di Khmelnytskvj nell’Ucraina centro occidentale per essere accanto a chi soffre al fronte e ai rifugiati. E così padre Gabriel Romanelli, l’unico parroco cattolico in tutta la Striscia di Gaza, che ha patito con la sua popolazione e ora nella parrocchia della “Santa Famiglia” ha ricominciato a fare scuola, attività con i giovani, nonostante manchino sempre molti medicinali, l’acqua potabile, l’elettricità e gli aiuti umanitari.

È una Pasqua di guerra, di calvari, di croci. Tante. Quelle già viste e quelle che forse questi uomini di Chiesa dovranno ancora piantare per le vittime della Settima Santa. E non solo. A Gerusalemme, il simbolo della cristianità, il Santo Sepolcro è stato “martirizzato” da questo conflitto che non è solo di popoli ma anche di religioni. “Nonostante la guerra, si cerca di fare tutto come sempre, perché non si può vivere senza speranza e non si può rinunciare a vivere. È il senso della Pasqua: la vita è più forte della morte, il Signore della vita è il Dio di Gesù Cristo che non può che amare, il senso della vita non sono le armi, né gli eserciti, né il denaro. Celebrare la Pasqua è la forma di resistenza più bella, dire a tutti che esiste una logica che non è quella della forza. E che questa logica, che è quella di Dio, ha vinto la morte”, sono le parole di don Giorgi, contattato telefonicamente dal nostro giornale.