PADOVA - «La cocaina e i cellulari in carcere me li portava Paolo Bordin della cooperativa AltraCittà». Abderrahman Kendila, marocchino di 57 anni, dietro alle sbarre per un omicidio commesso a Vercelli nel 2010, ha raccontato agli inquirenti come fiumi di droga e smartphone venivano introdotti all’interno della casa di reclusione Due Palazzi di Padova.

Il nordafricano è stato interrogato la scorsa settimana dal pubblico ministero Benedetto Roberti, titolare delle indagini, e ha confessato tutto. «Di fatto - ha poi ricordato Kendila agli investigatori - Bordin ha preso il posto di Sulo nell’introdurre in carcere la cocaina e i telefoni cellulari». E chi è Altin Sulo? È un cittadino albanese di 43 anni, ex detenuto per avere ucciso un connazionale legato al mercato della prostituzione a Brescia, che ha lavorato anche lui per la cooperativa “AltraCittà”.

Si occupava della gestione del negozio di Padova nel quartiere di Montà e di trasportare all’interno del Due Palazzi bulloni e tappi di bottiglia per fare lavorare i detenuti. Attualmente è a processo, sempre con il pm Roberti, proprio per avere introdotto in carcere droga e smartphone. Beffa delle beffe, la cooperativa “AltraCittà” ha come obiettivo il compito di costruire percorsi utili al reinserimento sociale dei reclusi. «Bordin - ha proseguito Kendila davanti agli inquirenti - sapendo di non essere controllato all’entrata del penitenziario portava al Due Palazzi nelle scatole piene di bulloni o nascosti nei suoi vestiti la droga e i cellulari». I detenuti infatti sono stati ingaggiati da una importante azienda della zona industriale di Padova nel settore dei sistemi di fissaggio, per questo motivo lavorano con i bulloni attraverso la cooperativa “AltraCittà”.