PADOVA - Fiumi di cocaina e telefoni cellulari sono stati introdotti nella casa di reclusione Due Palazzi di Padova. Nei guai sono finiti in venti, tutti accusati a vario titolo di riciclaggio, spaccio e accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di detenuti. Ma chi portava la droga e gli smartphone in carcere? Un insospettabile: un socio della cooperativa “AltraCittà”, con sede a Padova, che beffa delle beffe come obiettivo ha il compito di costruire percorsi utili al reinserimento sociale dei reclusi.
Così agli arresti domiciliari è finito Paolo Bordin, classe ‘67, residente a Villafranca Padovana. Si occupava di coordinare il lavoro di un gruppo di carcerati, ingaggiati da una importante azienda della zona industriale di Padova nel settore dei sistemi di fissaggio, trasportando in carcere le scatole piene di bulloni e sapendo di non essere controllato all’interno nascondeva la droga e i cellulari.
L’indagine è scattata nel 2024 quando durante una normale ispezione delle celle è stato trovato dalle guardie carcerarie un telefono cellulare. Il pubblico ministero Benedetto Roberti, titolare delle indagini, ha voluto approfondire e attraverso gli uomini del Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria ha fatto analizzare lo smartphone. Dalla Sim card sono emersi tutta una serie di contatti, tra cui il numero di telefono di Bordin. E così attraverso le intercettazioni ambientali, il socio della cooperativa “AltraCittà” è stato monitorato. Gli inquirenti, secondo l’accusa, hanno scoperto come si procurava la cocaina da alcuni spacciatori. Non solo, il giorno della perquisizione nella sua abitazione hanno trovato e sequestrato una cinquantina di scatole per i cellulari vuote.







