Ho visto Nouvelle Vague, il film di Richard Linklater che ricostruisce quei mesi del 1959 in cui a Parigi Jean-Luc Godard girò Fino all’ultimo respiro, ma non solo questo: ricrea mirabilmente l’atmosfera, i dubbi, le difficoltà economiche, le passioni, i caratteri e le rivalità di quel gruppo di favolosi ragazzi ribelli che, fumando giorno e notte senza apparente interruzione, rivoluzionarono per sempre il cinema, cioè il nostro sguardo sul mondo.

Il film è bellissimo, per i cinefili un godimento puro. Godard aveva 28 anni e si sentiva vecchio e frustrato, non aveva ancora girato il suo film mentre i suoi amici (Truffaut, Chabrol, Rivette, Rohmer) lo avevano già fatto ben prima e più giovani di lui.

Da "Nouvelle Vague" di Richard Linklater

Mi sono chiesta se questo sarebbe possibile oggi. Se un ventenne di talento avrebbe la possibilità di trovare un produttore, mettere sotto contratto una star americana come protagonista e girare il suo film senza avere un copione scritto, senza rispettare le regole del “si fa così perché si è sempre fatto così” imposte da chi finanzia.

Perché al di là di tutto il resto, la storia ci mette questo davanti agli occhi: chi cambia le cose lo fa, appunto, cambiandole. Non rispettando le regole, i codici e imponendo la sua idea, la sua visione. Non adeguandosi, ribellandosi. Nessuno ha mai fatto la rivoluzione, nelle arti, in politica, in economia, prendendo il numero d’ordine e mettendosi in coda. E però nell’industria, in quella delle arti come in tutte, serve qualcuno, se hai vent’anni, che ti veda, ti creda: che abbia fiducia in te senza esercitare il ricatto del “siccome ti pago fai come dico io”.