Ultima chiamata per amare Jean-Luc Godard. Firmato: angolo cinefilia statunitense, Richard Linklater. Nouvelle Vague è il più devoto, divertente e sincero scavalcamento di campo – non il controcampo, attenti mi raccomando – possibile di Fino all’ultimo respiro (1960), il lungometraggio d’esordio del critico e regista francese, caposaldo rivoluzionario dell’infrazione delle regole cinematografiche tradizionali, sia stilistiche sia narrative, nella storia del cinema mondiale. In pratica Nouvelle Vague è guardare, spesso frontalmente, Godard (e l’operatore Raoul Coutard, novello Gregg Toland di Orson Welles) mentre filma Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg per i boulevard di Parigi.
“Cosa state girando?”, chiede un passante in mezzo al traffico. “Un documentario su Jean Seberg e Jean-Paul Belmondo che recitano in un film”, risponde il regista. Il tutto scavalcando con la macchina da presa di 180 gradi quello che abbiamo ammirato per decenni, per capire cosa significasse sovvertire e rompere le regole formali e produttive nel fare un film. “New York Herald Tribune”, certo. Ma anche: “Per fare cinema bastano una ragazza e una pistola”.
Nouvelle Vague di Linklater è un giocoso e forbito bignami di tutto il citazionismo godardiano, espresso da Godard stesso (Guillaume Marbeck) su appunti, fogliettini, dichiarazioni a un’infastidita star come la Seberg (perfetta Zoey Deutch) e a un complice e arguto Belmondo (Aubry Dullin, con mento e dentatura giusti).










