I venti di guerra dal Medio Oriente sferzano i conti pubblici. «L’Italia è particolarmente vulnerabile. Per la sua dipendenza energetica e per il fatto che non siamo usciti dalla procedura di disavanzo eccessivo. Abbiamo bisogno di maggiore attenzione ai problemi economici del Paese. Niente più distrazioni per favore». Le parole di Tito Boeri, economista dell’Università Bocconi, inquadrano l’attuale crisi sistemica. L’escalation in Iran e le strozzature nello Stretto di Hormuz delineano uno scenario severo per l’Europa. Il nostro Paese, stretto tra un debito imponente e i vincoli della procedura per disavanzo eccessivo, rischia un impatto prolungato. «Anche da un punto di vista della tenuta sociale, che è un rischio da non sottovalutare», rimarca Boeri. La congiuntura è complicata e lo sforamento del 3% del deficit è sempre più vicino. In che condizione si trova il Paese? «L’Italia è molto vulnerabile, perché sconta ancora una forte dipendenza energetica. Gli accordi stipulati dopo la guerra in Ucraina prevedevano l’utilizzo del gas liquido prodotto in Qatar, i cui impianti sono stati in gran parte danneggiati. Dobbiamo capire cosa succederà con questo conflitto, quanto durerà. Sembra che l’amministrazione Trump stia cercando una via d’uscita, ma la guerra ha già creato danni destinati a durare nel tempo. Anche se il conflitto dovesse chiudersi in due settimane, avremo degli strascichi strutturali perché sono state distrutte importanti infrastrutture energetiche e l’Iran ha avuto una dimostrazione tangibile di quanto possa condizionare l’economia mondiale restringendo il passaggio delle navi nello stretto di Hormuz. Una volta di più Trump è riuscito nell’intento di rafforzare i suoi avversari». Di fronte a questa pressione, che spazio fiscale ha l’Italia? «È molto limitato, quasi nullo. Misure come quelle sulle accise sono poco efficaci nel contenere i costi dei carburanti. Da noi i prezzi del diesel e della benzina si sono ridotti tra 1 e 14 centesimi, molto meno del taglio delle accise. Per essere efficaci i tagli alle accise dovrebbero avere orizzonti più lunghi, come i tre mesi decisi in Australia. Ma sono anche molto costosi. Un anno di riduzione delle accise anche di soli 25 centesimi come quello varato sin qui costerebbe attorno a 7 miliardi e mezzo. A mio giudizio bisogna pensare a provvedimenti mirati, a bonus accreditati direttamente sui conti correnti e indirizzati a famiglie con Isee al di sotto di soglie prestabilite, per sostenere le famiglie meno abbienti e particolarmente colpite dalla crisi energetica».