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3 APRILE 2026

Ultimo aggiornamento: 6:56

Siamo a metà dell’Ottocento. Gli Stati Uniti sono teatro delle guerre civili. Nasce una letteratura che parla di democrazia e autenticità, e sembra fondarsi su una freschezza e una spontaneità inedite. Emerson, Thoreau, Hawthorne, Whitman – e Dickinson. Letteratura come coscienza di una nazione, scrittura e politica. Ma in Italia – domanda da cui sono partita – come abbiamo letto fino ad ora la poesia di Dickinson? Inclinazione metafisica, orizzonte trascendente. Cioè, in un cliché: cristallizzata, come nel dagherrotipo di Otis H. Cooley, scattato nel 1847, che la ritrae da adolescente. Il suo trascendere, però, non assomiglia a un gesto mistico, quanto a un ostinato mettersi faccia a faccia con l’enigma, inscindibile dalla realtà. Dickinson legge Brontë, Emerson, Darwin, la Bibbia. E, scrivendo, unisce la lirica e l’ironia, l’intuizione e la logica, l’astrazione e la concretezza. La sua è scrittura che interroga incessantemente la realtà: della mente, del vissuto, del tempo. Contro i dogmi, ecco una rivoluzionaria senza ideologia, fra le prime nella storia a coniare al femminile il linguaggio della poesia: come pensiero e come stare nel mondo, come politica. Così ho provato a restituirla con l’edizione Cinquantacinque poesie, che ho curato per Crocetti e che raccoglie una selezione di testi fatta dalla poetessa americana Jorie Graham, tradotti da me insieme a Jacob Blakesley. Di seguito cinque poesie.