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Ultimo aggiornamento: 7:56

Si chiamava Ali Shoeib. Era un giornalista di Al Manar, emittente televisiva affiliata a Hezbollah. Per Israele era una “risorsa cognitiva” e un membro della Radwan Force, l’unità d’élite del Partito di Dio. E’ stato ucciso sabato 28 marzo mentre viaggiava in auto nel sud del Libano insieme a Fatima Ftouni, reporter della tv Al Mayadeen, e al fratello di lei Mohamad, fotoreporter freelance. Sono gli ultimi tre cronisti finiti nel mirino delle Israel Defense Forces dal 2 marzo.

Annunciandone lo stesso giorno l’uccisione su X le Idf hanno pubblicato una fotografia in cui Shoeib indossa per metà un giubbetto con la scritta “Press” e per metà un’uniforme mimetica. Interrogato da Fox News sulla singolarità dell’immagine, l’esercito israeliano ha ammesso: “Purtroppo non esiste una foto vera e propria, è stata modificata con Photoshop“. Un falso, dunque.

Il 31 marzo Alma Research and Education Center, think tank militare vicino ai servizi segreti israeliani, ha pubblicato un lungo dossier in cui riferisce che Shoeib “ha operato sia come informatore che come agente operativo per Hezbollah durante i preparativi di intelligence per una pianificata invasione della Galilea tra il 2020 e il 2023, e in seguito ha continuato a fornire informazioni in tempo reale durante la guerra del 2023-2024, il successivo cessate il fuoco e la ripresa dei combattimenti nel marzo 2026″. “Nel 2020 – aggiunge -, Shoeib è stato formalmente reclutato come agente nell’ala militare di Hezbollah”. Che in Libano non è solo un’organizzazione militare, ma anche un partito politico che partecipa alle elezioni, siede in parlamento e fa parte di governi di coalizione