Un silenzio assoluto regna nel Pd di fronte alla notizia, rivelata da Libero, di un incontro a pranzo, in uno dei ristoranti più chic della Capitale, tra Giuseppe Conte e Paolo Zampolli, inviato speciale di Donald Trump per la global partnership. Nessuno vuole commentare. Sia nel giro più vicino a Elly Schlein, sia nelle correnti più lontane. Certo, la notizia è passata di chat in chat, diventando oggetto di commenti più o meno seri. Del resto, conferma un’idea che, nel Pd e non solo, è abbastanza diffusa: Conte è un abile giocatore, si muove su più piani, frequenta ambienti differenti, sa indossare gli outfit giusti al momento giusto e ne ha parecchi nell’armadio. È proprio questa la sua abilità: riuscire a tenere insieme il bianco e il nero, l’alto e il basso, i rapporti con l’establishment e la piazza, l’amministrazione Usa e le manifestazione pro-Gaza, le gerarchie ecclesiastiche e il Gay Pride. È la sua forza. Però nessuno ha voglia di farlo notare o di commentarlo odi attaccarlo. Non ora, non in un momento come questo, con il dibattito sulle primarie che ha infuocato il clima e reso fragilissimi gli equilibri. Attaccare Conte, ora, significa non rispettare il mantra del «testardamente unitari».