Quando si tolgono risorse alla sanità, le persone muoiono di più. L’Europa l’ha sperimentato con la crisi greca, quando la spesa sanitaria pubblica fu tagliata di oltre il 25 per cento e uno studio di Kentikelenis, McKee e Stuckler su The Lancet documentò l’impennata di HIV, l’aumento dei suicidi e il raddoppio delle persone senza accesso alle cure. Attenzione, però: non conta solo la spesa in sé. “Si può spendere tanto e fornire comunque servizi di bassa qualità”, spiega Stefano Orlando, ricercatore di Biomedicina e sanità pubblica all’Università di Roma Tor Vergata. “L’esempio estremo sono gli Stati Uniti: il Paese che spende di più pro capite, eppure non è quello in cui si vive più a lungo. Le performance sono molto più basse di quanto la spesa suggerirebbe, per il problema dell’accesso: servizi di livello elevatissimo cui accedono pochi”.
Il fattore 10/90: cosa conta davvero per la salute
L’Unione Europea ha stimato che i servizi sanitari incidono sulla salute per circa il 10 per cento; il restante 90 dipende da alimentazione, istruzione, condizioni di lavoro. “Quel rapporto vale nel lungo termine”, precisa Orlando. “In una situazione di emergenza, però, cambia: chi ha la BPCO (broncopatia ostruttiva) o il diabete conviverebbe con la malattia per anni, ma se smette di curarsi l’aspettativa di vita crolla. Nelle crisi acute il servizio sanitario conta tantissimo”.







