Non è mai stato escluso che Sara Di Vita, 15 anni, e sua mamma Antonella Di Ielsi, 50 anni, fossero state avvelenate. La procura di Campobasso subito dopo i decessi ha aperto un fascicolo e avviato le indagini per omicidio colposo, ma il sospetto che le due donne potessero essere state avvelenate non è mai stato escluso. Anzi.
Lo conferma l'immediato sequestro della casa che, dopo tre mesi, nonostante i pm avessero iscritto cinque medici sul registro degli indagati, è ancora a disposizione dell'autorità giudiziaria. E c'era stato anche l'invio di campioni al centro Maugeri di Pavia, punto di riferimento per la tossicologia, con la richiesta di effettuare l'esame dei capelli delle donne.
Mentre sembra che nel sangue del marito e padre delle vittime non ci fossero tracce di veleno. Le indagini in questi mesi potrebbero avere già fornito elementi importanti sullo scenario dell'omicidio volontario.
Dopo la morte delle due donne i magistrati avevano disposto l'autopsia chiedendo agli esperti di verificare se anche a «carico di terzi soggetti, da individuare compiutamente», fossero ravvisabili condotte, «commissive o omissive», che avessero determinato «l'evento fatale e con quale coefficiente probabilistico». Alla fine (l'autopsia sarà consegnata solo il 30 aprile), la responsabilità dei medici sembra del tutto esclusa, dal momento che è stata evidenziata la presenza della ricina: un veleno per il quale non esiste antidoto.














