Questa intervista nasce da una suggestione di voi lettori. Sulle pagine di Tuttolibri del 21 marzo abbiamo scritto di Daddy (Mondadori), l’ultimo romanzo di Nicola Gardini. Recensito in maniera molto positiva perché è un libro duro e sincero, che sotto le sembianze di un romanzo di erotismo omosessuale parla di amore, solitudine, lutto e perdita. Ci parla della vita toccando temi scomodi: un padre che non accetta l’omosessualità del figlio e lo vorrebbe maschio nella sua maniera patriarcale. Una iniziazione al sesso omosessuale che ha il sapore dello stupro e della pedofilia. Ci dice cosa è il sesso tra gay che si incontrano sull’app Grindr. Lo fa con una lingua colta e letteraria, dove l’autore sceglie di evitare l’ipocrisia dei giri di parole. E quindi non ci sono “membri” ma “cazzi”, non ci sono “rapporti” ma “scopate” e “inculate”. Molte parolacce. Come avete fatto notare voi lettori. Abbiamo ricevuto parecchi messaggi su questo, uno per tutti: «Perché lo avete definito bellissimo e struggente? L’ho sfogliato in libreria ed è pieno di turpiloquio». Come se il turpiloquio fosse una zavorra. Come se la parolaccia sporcasse la Letteratura. Come se le due cose dovessero essere tenute separate. Così abbiamo deciso di parlarne direttamente con l’autore. Chi meglio di lui? Filologo e fine latinista, nonché divulgatore (suo il bestseller Viva il latino, Garzanti), traduttore di classici (Ovidio, Catullo, Marco Aurelio), traduttore di poeti (Hughes, Auden, Simic, Dickinson), professore di Letteratura italiana e comparata all’università di Oxford dal 2007, dove è scappato per mettersi al riparo dal bullismo del mondo accademico italiano (raccontò la sua storia in I baroni, come e perché sono fuggito dall’università italiana, Feltrinelli). Gardini, lei è uno studioso, oltre che scrittore, abituato a spaccare la parola in quattro. Quindi le parolacce sono una scelta. Perché ha deciso di ripetere quaranta volte “cazzo” in questo romanzo?«Per me “cazzo” non è una parolaccia. È una cosa, cioè una parte del corpo: una parte del corpo che serve a fare sesso. Ha una sua semantica ricca ed esatta, che invoca un contesto erotico. Non possono esserci sinonimo o perifrasi. E non devono esserci. Non c’è, infatti, nessuna vergogna nello scriverlo. Provocazione? Un po’ sì: provoco i lettori e le lettrici a riconoscere le mie intenzioni e a resistere ai più diffusi pregiudizi. In pratica, spero di disinibire anche il più inibito degli inibiti». Le parolacce latine – da Catullo a Marziale, fino ai graffiti di Pompei – sembrano avere una vitalità straordinaria. Cosa ci dicono sulla distanza (o vicinanza) tra lingua alta e lingua bassa nell’antichità rispetto a oggi?«Nella grande poesia antica la parolaccia non è mai inerte. Catullo la usa sempre con sovrasensi politici. Quando dice a un uomo “te lo metto in culo”, sta affermando la sua superiorità civile. Le parolacce, certo, appartengono al registro dell’immediatezza (pare che provengano da una parte del cervello che ha più a che fare con l’istinto), ma sono sempre metaforiche. Dici “cazzo” o “culo” o “merda” e stai prendendo posizione rispetto a un certo modello di società». La parolaccia, usata con maestria, può raggiungere una forma di sublime? Penso a Céline, a Gadda, a certi passaggi di Rabelais — c’è un’estetica del turpe?«C’è eccome. È il sublime del rovesciamento, dell’eversione. Ed è il sublime di una visione così democratica del vocabolario che non ci sono paria, servi, subalterni: tutti insieme per la bellezza della pagina, in nome della libertà creativa e della capacità critica». Il politicamente corretto sta sterilizzando il lessico della letteratura contemporanea? O al contrario stiamo assistendo a nuove forme di trasgressione linguistica più sofisticate?«Sì, c’è sterilizzazione, perché non c’è conoscenza vera della lingua. Si è deciso che certe parole non si devono dire, esattamente come si è deciso che certi individui non devono starci vicino. C’è un razzismo lessicale. E poi c’è anche il fatto che la parolaccia rimanda alla corporeità. Cosa c’è di più minacciato oggi del corpo attivo e presente? Il corpo oggi è sempre più virtuale; sempre più slegato dal gesto: è corpo fotografato, che posa; e spesso posa nell’atto stesso di fotografarsi. Un disastro, che fa il gioco di tutte le tendenze repressive. Le prime vittime degli autoritarismi sarebbero quelli che più sono portati al selfie». Nella sua scrittura, quando sente che una parolaccia è necessaria – non decorativa, non provocatoria – ma proprio necessaria?«Le parolacce appartengono alla sintassi della frase, e la frase in una narrazione romanzesca è un momento dell’episodio. Le mie parolacce, dunque, agiscono; appartengono al movimento di tutte le altre parole e con quelle simulano il movimento del corpo. Se dico “cazzo”, è perché quel certo “cazzo” sta facendo qualcosa. Se leggete con attenzione il primo incontro sessuale del daddy con Adrians, noterete, più che la presenza di “cazzo” o di “culo”, che le frasi, con le loro brave parolacce, imitano le torsioni e i sussulti dei due corpi». C’è una parolaccia letteraria che considera un capolavoro assoluto - una parola nel posto giusto che ha cambiato il senso di un’intera opera?«Beh, il “cul” della Divina commedia (Inferno XXI). Si badi che appartiene a un diavolo. Che cosa può uscirne se non un peto? Tutto il contrario di quel che fa il poema: una bocca che emette parole giuste e preziose, compreso quel “cul”». Nella letteratura di ispirazione omosessuale sembra che tutto sia più ruvido ed esplicito. Perché?«Ritengo che gli scrittori omosessuali abbiano dato un notevole impulso all’emancipazione delle cosiddette parolacce dall’ambito della pornografia e della comicità. Quel che appare ruvido ed esplicito corrisponde a una realtà che ha trattato il sesso più spregiudicatamente e anche con una coscienza più acuta, derivante dalla necessità di abbattere lunghi secoli di pregiudizi e di tabù. Uno scrittore omosessuale che scrive “cazzo” lo fa con il senso di un conquistato diritto non solo linguistico».
Nicola Gardini: “Il turpiloquio non sia tabù. Nella scrittura omosessuale è ancora una conquista”
Lo scrittore: «Nella letteratura antica le parolacce non sono mai inerti. È in atto una sterilizzazione espressiva dovuta all’ignoranza della lingua»






