Ci sono persone che danno l’impressione di avere risposte immediate. Parlano velocemente, sorridono mentre riflettono, sembrano attraversare gli argomenti con leggerezza. Poi, ascoltandole davvero, ci si accorge che quella leggerezza non è assenza di profondità. È il contrario. È il risultato di un lavoro lungo, spesso silenzioso, fatto di domande, dubbi, contraddizioni e piccoli pezzi rimessi insieme nel tempo. Gabriele Piazza, attore, comunicatore e ora anche scrittore, dà questa sensazione. Mentre si racconta in questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, Gabriele Piazza ha qualcosa di curioso: sembra cercare una risposta nello stesso momento in cui la sta formulando. Non restituisce mai l’impressione di avere una verità definitiva in tasca. E forse è proprio questo che colpisce di più. In un tempo in cui tutti sembrano avere una posizione chiara su tutto, lui rivendica quasi il diritto all’incoerenza. Al cambiamento. Alla possibilità di guardare una convinzione avuta ieri e dire: non mi appartiene più. È un meccanismo molto umano, ma che spesso ci concediamo poco. Passiamo gran parte della vita a cercare definizioni stabili. Vogliamo sapere chi siamo, trovare una forma definitiva da consegnare al mondo. Una parola che ci contenga. Un’identità che non cambi. Come se crescere significasse restringere progressivamente il campo delle possibilità fino a diventare qualcosa di preciso. Poi arriva qualcuno che sembra suggerire il contrario. Che forse non siamo fatti per essere una sola versione di noi stessi. Che forse siamo persone che cambiano continuamente, che si perdono, che si correggono lungo il percorso. Nel corso della conversazione, Gabriele Piazza parla spesso di una rincorsa. Non la chiama sempre così, ma in fondo è quello che emerge tra una risposta e l’altra. La rincorsa verso l’essere visti. Verso il riconoscimento. Verso quel momento in cui qualcuno finalmente ti guarda e dice: ti vedo. Ma a un certo punto accade qualcosa di interessante. Ci si accorge che essere visti e sentirsi riconosciuti non sono la stessa cosa. Perché si può essere osservati da migliaia di persone e continuare a sentirsi invisibili. Si possono avere numeri, consenso, approvazione, e scoprire che alcune forme di solitudine restano comunque sedute accanto a noi. Forse è proprio qui che questa conversazione smette di parlare soltanto di orientamento sessuale, di spettacolo, di social network o persino del libro che l’ha resa possibile. Perché Il gay felice, il suo primo romanzo in libreria dal 26 maggio, diventa quasi una porta d’ingresso verso qualcosa di più universale. Non è tanto una storia sull’essere gay. È una storia sul peso che lo sguardo degli altri può avere sulla costruzione della nostra identità. Su tutte quelle voci che ascoltiamo così a lungo da iniziare a confonderle con la nostra. Su quante volte abbiamo creduto di essere sbagliati semplicemente perché qualcuno, prima di noi, ci aveva insegnato a guardarci in quel modo. E allora l’impressione è che questa intervista finisca per parlare soprattutto di un’altra domanda, molto più scomoda e molto più intima: chi saremmo se smettessimo, anche solo per un momento, di guardarci attraverso gli occhi degli altri? Forse è la domanda che attraversa Michelangelo nel romanzo. Forse è la domanda che attraversa Gabriele Piazza. Forse, in modi diversi, attraversa tutti.
Gabriele Piazza, l’intervista al creator e scrittore: “Non mi fido delle definizioni, cambio spesso idea”
Dall'identità al primo romanzo 'Il gay felice', passando per paure, desideri e contraddizioni: il ritratto di Gabriele Piazza








