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Paolo Tomaselli, inviato a Zenica

Gli azzurri hanno toccato il fondo, per spiegarne il motivo ci sono cause generali e motivazioni contingenti. Gattuso ha avuto solo otto partite ma per battere la Bosnia dovevano bastare

Adesso diventa quasi impossibile capire quando e dove è iniziata questa discesa folle del calcio italiano, fuori dal Mondiale per la terza volta di fila. C’era una volta la Corea del Nord, 1966, entrata nel linguaggio comune nemmeno fosse la battaglia di Caporetto. Ma quella squadra al Mondiale c’era e quattro anni dopo sarebbe arrivata in finale contro il Brasile, vincendo nel mezzo il primo Europeo della nostra storia. Acqua fresca rispetto alla Svezia 2017, alla Macedonia 2022 e a questa Bosnia che balla nella notte gelida di Zenica.

Come ci siamo ridotti così? Ci sono cause generali — il ranking sempre peggiore che ci ha costretto a qualificazioni sempre più complicate — e motivazioni contingenti. Nel girone di qualificazione abbiamo trovato una Norvegia, assente dal 1998, che non si era nemmeno qualificata per l’ultimo Europeo, ma ha sfruttato la fame e il talento della miglior generazione della sua storia, cresciuta attorno al totem Haaland. Il Mondiale ce lo siamo giocato alla prima partita a Oslo, perdendo 3-0: è stata la penultima panchina di Spalletti, prima della pantomima con la Moldova a Reggio Emilia, con il c.t. in servizio ma già esonerato. Proprio quello striminzito successo per 2-0 ci ha frenato nella rincorsa alla miglior differenza reti, per cui siamo arrivati allo scontro diretto all’ultima giornata contro i norvegesi già sicuri del secondo posto. Ciò non toglie che la Nazionale di Oslo abbia dato un’altra lezione, con un 4-1. La differenza è che stavolta nessuno si era sorpreso dei playoff. E qualcuno dopo il 2-0 sull’Irlanda del Nord si è illuso che potesse andare meglio.