Per la terza volta consecutiva, l’Italia resta fuori dal Mondiale. A questo punto non si può più parlare di episodio, né di sfortuna. È qualcosa di più profondo, di strutturale. È un sistema che non regge più, e che ora deve essere messo sotto processo. Il primo nome, inevitabilmente, è quello di Gabriele Gravina. Da presidente della FIGC, Gravina non può sottrarsi alla responsabilità più pesante: quella politica. Negli anni si è parlato di ricostruzione, di rilancio, di progetto. Ma i risultati raccontano altro. Tre cicli falliti indicano che non è mancato solo un dettaglio, è mancata una direzione. La sensazione è quella di una gestione che ha scelto la continuità anche quando serviva una rottura, che non ha avuto la forza - o la volontà - di riformare davvero il sistema.
Accanto a lui, in una posizione più sfumata ma non per questo irrilevante, c’è Gianluigi Buffon. Buffon non è un dirigente qualsiasi: è un simbolo, una figura carismatica, un riferimento emotivo per tutto l’ambiente azzurro. E proprio per questo il suo ruolo è delicato. Ufficialmente non decide, ma è evidente che il suo peso specifico sia enorme. Secondo molti, troppo. Il rischio è quello di un’influenza informale che si muove fuori da schemi chiari, in un sistema che già fatica a definire responsabilità precise. Buffon non è il problema principale, ma rappresenta bene un’ambiguità di fondo: dove finisce il simbolo e dove inizia il potere?Poi c’è il capitolo delle scelte tecniche, che trova in Gennaro Gattuso un nome emblematico. Gattuso incarna valori forti, identitari: grinta, appartenenza, spirito di sacrificio. Ma il calcio internazionale di oggi chiede anche altro: idee, innovazione, visione. Il punto non è tanto Gattuso in sé, quanto il tipo di scelta che rappresenta. Sembra il riflesso di una federazione che continua a guardarsi dentro, a cercare soluzioni familiari, invece di aprirsi davvero al cambiamento. È una questione di criterio, più che di persona.E infine c’è il problema più grande, quello che sta sotto tutti gli altri: il sistema calcio italiano. Da anni produce meno talento, meno qualità, meno competitività. I giovani faticano a emergere, i club guardano altrove, la Nazionale diventa il punto di arrivo di un percorso già fragile. In questo contesto, ogni scelta - politica o tecnica - finisce per essere condizionata da limiti strutturali che nessuno ha davvero affrontato fino in fondo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Non un fallimento isolato, ma una sequenza che ormai ha il peso di una resa. Gravina, Buffon, le scelte tecniche, il sistema: il banco degli imputati è pieno e le responsabilità sono diffuse. Resta solo da capire se, questa volta, qualcuno avrà il coraggio di cambiare davvero.











