L a prima cosa a cui pensi, approcciandoti a un testo critico su Simone de Beauvoir, è la sua frase più celebre: «Donne non si nasce, si diventa». Perché ci si trova a riflettere su che uso distorto se ne sia fatto, magari senza neanche averla mai letta o sentita da nessuna parte, dato che oggi basta che uno si svegli storto una mattina per inventarsi di esser donna “percepita”. Nella sua più che brillante intelligenza, l’autrice di Secondo sesso, compagna di Sartre e scrittrice di eccellenti romanzi (Non mi pare di aver letto nulla, nel testo qui presentato, su Tutti gli uomini sono mortali ed è davvero un peccato, perché è un gran libro), liquiderebbe questa follia come l’ultima, e forse più grave, violenza sulla donna, perché è la sua negazione ontologica. Ma tant’è, così è andata; di femministe come lei purtroppo non se ne vedono e Dio solo sa quanto ce ne sarebbe bisogno.
De Beauvoir era una figura straordinaria, non ha mai sfigurato accanto al suo poco attraente compagno, con cui viveva una relazione aperta, come si dice oggi, in cui insomma le corna erano un diversivo per durare. E sono durati eccome: Simone muore nel 1986, pochi anni dopo il compagno, che non aveva mai sposato, rifiutando il matrimonio poiché strumento di sopraffazione sulla donna. Tuttavia non era come le erinni di oggi, men che meno nell’aspetto impeccabile. De Beauvoir era bella ed elegante con quel suo chignon inimitabile; era di buona famiglia, aveva una classe naturale. Era una persona diversa da Simone Weil, che oltraggiava la sua femminilità con abiti maschili e un impegno politico e sociale duro al punto di portarla a una morte precoce. Le due si incontrarono una volta ma Weil interruppe ogni contatto: la bella signora non le piaceva affatto, l’aveva definita «Una piccola borghese spiritualista».






